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L'agricoltura, nobilitata dai simboli araldici legati alla terra, per uno sviluppo sostenibile della Ciociaria
Fin dalle epoche più remote della nostra storia, l'agricoltura è stata ed ha costituito il fondamento del vivere civile e figure tratte dal mondo naturale, animale o vegetale sono diventate simboli di virtù negli stemmi, siano essi gentilizi, ecclesiastici, civici o di arti e mestieri: il cavallo, il toro, il bue , l'agnello, il gallo, ad esempio, o il castagno, il rovere, la spiga di grano, la vite, l'olivo - per citarne solo alcuni - diventano orgoglioso emblema d' identità, nel quale l'agricoltura trova il più alto riconoscimento della propria antica realtà storico-economica, sociale e culturale.
Se l'etrusco Virgilio, depauperato del suo podere, poteva affermare nelle Georgiche: "O fortunates nimium, sua si bona noriunt, agricolae" "O troppo fortunati sarebbero gli agricoltori se conoscessero i loro beni", fino al sorgere della civiltà industriale la terra è stata il fondamento della vita umana e la ricchezza era valutata in termini di possesso di proprietà terriere. Ora che il sogno dell'industrializzazione diffusa appare svanito in Ciociaria, nell' ottica di una globalizzazione che metterà a rischio paesi ad economia intermedia, come l'Italia, diventa necessario rivalutare e restituire dignità all' agricoltura, a quanti possiedono la terra, la coltivano, non per tornare ai tempi antichi, ma per rendere produttivo un patrimonio agricolo, che fortunatamente è rimasto integro e capace ancora di produrre ricchezza legata alla genuinità e alla qualità dei prodotti e di rivalutare i valori ultramillenari legati alla campagna.
Si tratta di attivare alternative costruttive, di creare sinergie che possano valorizzare il patrimonio naturale mediante l'accrescimento della componente immateriale rispetto a quella materiale: "si può fare cultura senza politica, ma non si può fare politica senza cultura". L'agricoltura - riconosciuta nella sua dignità ultramillenaria - significa sviluppo sostenibile e compatibile al territorio, significa un settore che "deve" diventare produttivo e fornire ricchezza nelle sue molteplici componenti diversificate, dal prodotto di qualità al turismo rurale, all'agriturismo, alle fattorie didattiche. Si tratta di condividere gli obiettivi e le finalità, di comunicare le conoscenze, un lavoro in rete di chi non aspetta più "con le mani tese" una sovvenzione dall' alto, ma di chi, consapevole delle proprie risorse e forte della propria identità, riesce a "progettare" una programmazione strategica e poi operativa - in sinergia con altre componenti - finalizzata alla produzione di prodotti di qualità, al marketing e alla commercializzazione.
Perché paesi come la Francia possono fare affidamento su nove mesi all'anno di turismo, anche rurale e l'Italia, per non parlare della Ciociaria, gode al massimo di due mesi di entrate turistiche? Non manchiamo forse di capacità organizzative e professionali? Di una comunicazione delle conoscenze? Di un lavoro in rete? Di sinergie tra pubblico e privato?
L'INARS, consapevole delle enormi risorse agricole della bella terra di Ciociaria, auspica uno sviluppo di questa regione storica nel nome delle tradizioni legate alla terra. Non è certo un caso che moltissime figure araldiche abbiano tratto origine dalle attività agricole, come si evince da una prossima piccola pubblicazione del Centro Studi INARS CIOCIARIA, coordinato dalla presidente regionale, prof.ssa Cristina Amoroso: "L'Agricoltura nell'Araldica".
Quanti pontefici e famiglie nobiliari hanno tali figure nei loro stemmi: le tre api d'oro dei principi Barberini (papa Urbano VIII), il toro pascente dei duchi Borgia (Callisto III e Alessandro VI), la pianta di rovere dei duchi della Rovere (Sisto IV e Giulio II), il riccio di castagno di papa Urbano VI, il cervo d'oro e le spighe di grano dei conti Cervini (Marcello II), il cipresso dei conti Pecci di Carpineto (Leone XIII), la colomba e l'olivo dei principi Doria Pamphili (Innocenzo X) e dei principi Pacelli (Pio XII), il ramo di cotogno dei duchi Sforza di Santafiora, i cardi al naturale dei conti Aicardi, i gigli d'oro dei sovrani di Francia, dei Borboni di Spagna, Due Sicilie, e Parma, dei duchi di Angiò, ed è lo strumento agricolo per eccellenza - l' aratro - che campeggia nello stemma del conte J. Burgeaud, maresciallo di Francia.
Questo legame con la terra non è stato comunque sentito solo da famiglie nobili: anche molte storiche comunità hanno "blasonato" la loro identità civica con figure tratte dall' agricoltura, come l' albero di Acquafondata e di Alvito, i ricci di castagno di Patrica (ma anche di Castagnola in Svizzera), il cervo di Cervaro, la quercia di San Leo nel Montefeltro e di Rovereto, i pesci di Posta Fibreno, di Fiuggi e di Cefalù, la colomba di Trevi nel Lazio e di Erice, il corvo di Pontecorvo, il falco di Montefalco, l' albero di melograno di Tarquinia, i cervi di Cingoli, l'oca di Padula, il cavallo di Martina Franca, Manfredonia e Civitacastellana, le capre di Caprarola, il giglio di Ferentino, Firenze, Foligno e Anghiari. E sono sempre le piante simbolo di gloria e di prestigio, dalla corona di gramigna assegnata al centurione Gneo Petreio di Atina, per avere salvato una legione del console Caio Mario nella guerra cimbrica, fino all'alloro che campeggia sulle corone delle province, e all' alloro e alla quercia, ornamenti degli emblemi civici.
Dalla terra, con la terra, per la terra, emblemi e simboli araldici divengono il segno dell' identità e della memoria storica legata all' agricoltura. |
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